Salute e Benessere

Medici di famiglia verso le 38 ore settimanali: cosa cambierebbe davvero per pazienti e studi medici

Medico di famiglia a colloquio con un paziente
Il ruolo dei medici di famiglia potrebbe cambiare con la riforma della sanità territoriale

Il ruolo del medico di famiglia potrebbe cambiare profondamente nei prossimi anni. Alla Camera è in discussione una proposta di legge che punta a ridisegnare l’organizzazione della medicina territoriale, introducendo nuove modalità di lavoro, un impegno settimanale definito e una parte della retribuzione legata ai risultati di salute ottenuti.

Il progetto nasce in un momento delicato per il sistema sanitario. Molti studi restano senza medico, la popolazione invecchia e le malattie croniche aumentano. In questo contesto la medicina di base diventa il primo presidio sanitario per milioni di persone.
La proposta firmata dal deputato Stefano Benigni prova a inserire i medici di famiglia dentro il nuovo modello di assistenza territoriale previsto dal Pnrr, dove le Case della Comunità dovrebbero diventare il punto di riferimento per cure, prevenzione e coordinamento sanitario.

Le 38 ore settimanali e il nuovo equilibrio del lavoro

Il cuore della proposta riguarda l’organizzazione dell’orario di lavoro. I medici di medicina generale convenzionati con il Servizio sanitario nazionale dovrebbero garantire 38 ore settimanali complessive di attività. Non tutte però svolte nello studio tradizionale.
Una parte resterebbe dedicata al rapporto diretto con i propri assistiti. È la cosiddetta attività a ciclo di scelta, quella che si svolge negli studi medici e che mantiene il rapporto fiduciario tra medico e paziente.

Accanto a questa componente comparirebbe una quota crescente di attività programmata insieme alle aziende sanitarie e alle Case della Comunità. Qui rientrerebbero campagne di prevenzione, programmi di assistenza per pazienti cronici, vaccinazioni, assistenza domiciliare e anche servizi di telemedicina.
L’impegno verrebbe modulato anche in base al numero di assistiti. I medici con oltre 1.500 pazienti dovrebbero garantire almeno venti ore dedicate alle visite e diciotto ore per attività territoriali organizzate con il distretto sanitario.

L’idea alla base è cambiare il modello di assistenza. Non più soltanto il medico che riceve il paziente quando compare un problema ma una medicina più organizzata e proattiva, capace di intervenire prima che le condizioni di salute peggiorino.

Il legame tra compenso e risultati di salute

Un altro passaggio delicato riguarda il modo in cui verrebbero pagati i medici di famiglia. Oggi gran parte del compenso deriva dal numero di pazienti assistiti, il sistema della cosiddetta quota capitaria.
La proposta di legge introduce invece una struttura più articolata. Resterebbe una quota legata alle scelte dei pazienti ma verrebbe aggiunta una parte collegata alle ore di attività e una quota variabile che potrebbe arrivare fino al 30% del compenso complessivo.

Questa componente dipenderebbe dal raggiungimento di obiettivi definiti dalle aziende sanitarie locali e dai distretti. Potrebbero riguardare programmi di prevenzione, gestione delle patologie croniche, adesione alle campagne vaccinali o partecipazione ai percorsi di cura territoriali.
Secondo il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, il rafforzamento dell’assistenza territoriale è uno dei passaggi necessari per alleggerire la pressione sugli ospedali e migliorare la gestione delle malattie croniche che interessano una parte crescente della popolazione.

Il nodo della carenza di medici

Uno dei problemi più urgenti riguarda il numero di professionisti disponibili. In diverse regioni italiane migliaia di cittadini faticano a trovare un medico di famiglia perché molti professionisti stanno andando in pensione e i nuovi ingressi non bastano a sostituirli.

La proposta affronta anche questo punto. I laureati in medicina già abilitati e iscritti al corso di formazione in medicina generale potrebbero ricevere incarichi temporanei nelle zone dove mancano medici, lavorando sotto la supervisione di un tutor.
Una soluzione pensata per evitare che interi territori restino senza assistenza di base. Una volta conclusa la formazione, questi giovani medici potrebbero ottenere l’incarico a tempo indeterminato.

Secondo i dati della Fondazione Gimbe, entro il 2027 potrebbero mancare diverse migliaia di medici di medicina generale se il ricambio generazionale non verrà accelerato.

Le Case della Comunità e il nuovo modello territoriale

Tutto questo si inserisce nel progetto più ampio previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il Pnrr prevede la creazione di centinaia di Case della Comunità sul territorio italiano, strutture che dovrebbero ospitare medici, infermieri, specialisti e servizi sociali.

In questo schema gli studi dei medici di famiglia diventerebbero parte di una rete più ampia, collegata alle strutture territoriali e agli ospedali di comunità.
L’obiettivo dichiarato è migliorare la continuità delle cure e rendere più semplice per i cittadini accedere ai servizi sanitari senza dover passare sempre dagli ospedali.

Il testo è ancora all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera e il percorso parlamentare è appena iniziato. Molto dipenderà dal confronto con le organizzazioni dei medici e con le regioni, che gestiscono concretamente la sanità territoriale.

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