Un biomarcatore nel sangue potrebbe cambiare il modo in cui si individua il rischio di demenza sulle persone.
Una ricerca internazionale suggerisce che i segnali biologici della malattia potrebbero essere identificati decenni prima della comparsa dei primi problemi di memoria.
Per anni la diagnosi di Alzheimer è arrivata quando i sintomi erano ormai evidenti. Oggi però la scienza sembra avvicinarsi a uno scenario diverso: individuare il rischio molto prima, quando la malattia è ancora silenziosa.
Uno studio guidato dai ricercatori dell’Università della California di San Diego indica infatti che un semplice esame del sangue potrebbe rivelare il rischio di sviluppare demenza fino a 25 anni prima dei primi segnali clinici.
Al centro della ricerca c’è p-tau217, una proteina presente nel sangue che gli scienziati collegano ai processi neurodegenerativi tipici del morbo di Alzheimer.
Secondo gli studiosi, livelli elevati di questa proteina possono riflettere cambiamenti biologici nel cervello che avvengono molto prima che compaiano sintomi evidenti come perdita di memoria, difficoltà di concentrazione o disorientamento.
In altre parole, il cervello potrebbe iniziare a mostrare i primi segnali della malattia decenni prima che il paziente o i medici se ne accorgano.
Il valore di questo biomarcatore è proprio qui: trasformare la diagnosi dell’Alzheimer da evento tardivo a strumento di prevenzione.
Lo studio che ha seguito migliaia di donne per oltre vent’anni
La ricerca si basa sui dati raccolti dal Women’s Health Initiative Memory Study, uno dei progetti di osservazione più ampi negli Stati Uniti dedicati alla salute cognitiva.
Gli scienziati hanno analizzato 2.766 donne, che all’inizio dello studio avevano tra i 65 e i 79 anni e non presentavano segni di deterioramento cognitivo.
I partecipanti sono stati monitorati per circa 25 anni, un arco temporale raro negli studi di questo tipo. Durante il follow-up i ricercatori hanno analizzato campioni di sangue conservati negli anni per misurare i livelli della proteina p-tau217.
Parallelamente hanno osservato l’evoluzione delle condizioni cognitive delle partecipanti, verificando nel tempo la comparsa di disturbi della memoria, difficoltà di ragionamento o diagnosi di demenza.
Questo lungo periodo di osservazione ha permesso di stabilire un collegamento tra i livelli iniziali del biomarcatore e il rischio di sviluppare problemi cognitivi negli anni successivi.

I risultati: livelli più alti, rischio maggiore (www.newmicro.it)
I risultati dello studio mostrano una relazione chiara.
Le donne che presentavano livelli più elevati di p-tau217 all’inizio dell’analisi avevano una probabilità significativamente maggiore di sviluppare demenza negli anni successivi.
Inoltre, il rischio aumentava in modo progressivo con l’incremento della concentrazione della proteina nel sangue.
Il dottor Aladdin Shadyab, primo autore della ricerca, spiega che questa scoperta potrebbe aprire scenari completamente nuovi nella prevenzione delle malattie neurodegenerative.
Secondo il ricercatore, l’identificazione precoce delle persone più a rischio permetterebbe di intervenire molto prima, monitorando i pazienti e introducendo strategie preventive mirate.
Un intervallo di tempo così ampio tra i primi segnali biologici e l’insorgenza dei sintomi clinici rappresenta infatti una finestra preziosa per la medicina.
Perché gli esami del sangue stanno cambiando la ricerca sull’Alzheimer
Negli ultimi anni la comunità scientifica sta guardando con crescente interesse ai biomarcatori presenti nel sangue.
Fino a poco tempo fa l’individuazione delle alterazioni tipiche dell’Alzheimer richiedeva strumenti complessi, come la risonanza cerebrale avanzata o l’analisi del liquido cerebrospinale tramite puntura lombare.
Metodi efficaci, ma costosi e invasivi.
I test basati su biomarcatori nel sangue potrebbero invece rappresentare un approccio molto più semplice e accessibile, aprendo la strada a programmi di screening più ampi.
Secondo diversi esperti del settore, questa linea di ricerca potrebbe cambiare radicalmente la diagnosi delle malattie neurodegenerative nei prossimi anni.
Gli scienziati sottolineano comunque che sono necessari ulteriori studi prima che questi test possano entrare nella pratica clinica quotidiana.
Servono nuove ricerche per confermare i risultati su popolazioni diverse e stabilire come utilizzare al meglio questi biomarcatori nei percorsi diagnostici.
Tuttavia, la direzione è chiara: l’obiettivo della medicina moderna è individuare le malattie prima che si manifestino.
Nel caso dell’Alzheimer, una patologia che colpisce milioni di persone nel mondo, la possibilità di prevedere il rischio con un semplice esame del sangue rappresenterebbe un cambiamento radicale.
Non solo per la diagnosi, ma soprattutto per la prevenzione. Perché intervenire anni prima potrebbe fare la differenza tra assistere alla progressione della malattia e provare davvero a rallentarla.








